Feaci poesia - Rita Mazzocco - Zirkus
domenica, maggio 17, 2009
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Uno stralcio di Lettera d’amore
(...) Te lo ricordi, l’odore del basilico? E io che annusavo l’aria come a mangiarla, mentre, tu ed io, aspettavamo il mare. L’ora che fosse ora di farsi portare sulle onde oltre la spiaggia di scogli sporchi e neri verso la sabbia scura ai piedi della montagna.
E il vento. Il vento lievissimo sollevava i gabbiani. Il vento. Il vento accarezzava i marmi e le tombe, e i sepolcri sembravano intrisi dell’odore del mare. Morire, oh, sì sepolti a picco sopra la spiaggia, nemmeno di notte, nella notte più profonda, davvero da soli.
E le salite, le stanze, il bianco degli stucchi e i rosa stucchevoli contro i cieli appesi ad asciugarci i panni fuori dai finestrini delle stanze. Le stanze. Le stanze. “Partiamo”. “Restiamo”. Contro la balaustra, di notte, a misurare il mare infinito, nero sporco di stelle a specchio a scimmiottar le barche.
Quanti anni, amore, quanti ne hai contati nei granelli di sabbia incastrati tra le dita dei passi a distesa su minuscole spiagge, i miei capelli scompigliati dai ricordi di una statua che danza e una strada coi ponti sospesi.”Attraversa!” “Ho paura”.
E il pane a colazione, e un dolce di cui non so il nome.
E spegni candele, ora, amore. Perché ci trova insieme sorpresi e vicini questo nuovo sole.
Te lo ricordi? Volermi e fuggirmi, la musica intorno, “Domani devi portarmi al mare”. E parole e parole a riempire le trincee scavate coi sacchi imbarazzati dei ricordi.
A bordo strada, trattenere il fiato, mentre svuoti il cappello e con le mani a coppa io ti raccolgo. “Ricordami”.
Te la ricordi, amore, questa notte dietro l’angolo che il letto ha la vela? Queste carezze sul viso che mi scoprono il seno e m’abbracciano le cosce tra le cosce.
Questo sonno che non dorme con gli occhi serrati a confonderti nel sogno mentre sul divano mi tieni e prendi, mi confondi ed affondi confondendoti come neve dentro l’anima delle labbra spalancate sotto le ciglia chiuse e il tuo odore intorno a proteggermi il fiato.
E, ascolta, in quel momento ho pensato che volevo esser morta, dentro il sepolcro lieve delle tue braccia, a picco sul mare delle tue dita aperte a carezza, come una spiaggia stretta sotto un cimitero, come il volo di un uccello brutto, buono per recitar versi, appiccare risa e sapersi d’amore. Amore. (...)
posted by zaritmac | 17:36 | commenti (15)
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domenica, maggio 10, 2009
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Assoluto, demenziale divertisment alla Faccia mia (ovvero: Zaritmac, ma io e te, ci conosciamo?)
Aggiungimi agli amici
e ditti che ti piaci
mandami tanti baci
cercami su feisbùc.
Rapiscimi di nuovo
a pasqua apri il mio uovo
l'immagine col duomo
mettila nell'albùm.
Beccati questo fiore
ho solo 'sto colore
invialo a venti suore
se vuoi averne di più.
Ho fatto un gruppo bello
"uccidi tuo fratello
se fa troppo bordello,
e poi buttalo giù".
Commenta la mia foto
lascio uno spazio vuoto
così ci metti un voto
e io vado in tivvù.
Ho messo un nuovo stato
nessuno mi ha quotato
e maledico il fato
che taci pure tu.
Guarda, giuro e non mento
c'è propio un nuovo evento
un monaco in convento
s'è fatto a Marilù.
Tu dici ti conosco?
Mi sembri un tipo losco:
il lupo dentro il bosco,
la nonna col tutù.
E ja' taggami un poco!
Appicami il tuo fuoco!
Mettimi nella foto
dove stai solo tu.
Ma come, m'hai ignorato?
Sei single o impegnato?
Rapporto complicato??
'Fanculo tu e feisbùk! Rita
posted by zaritmac | 22:55 | commenti (12)
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mercoledì, maggio 06, 2009
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Cine, ma
Era seduto. Composto. Immobile.
Restò seduto. Composto. Immobile.
Il fruscio della gente. Il vocio della gente. Il rumore della gente.
Le luci calarono, le luci si accesero. Lentamente.
Stava seduto. Composto. Immobile.
I titoli scorrevano. Ancora. Non visti. Ignorati. Non letti. Inutili.
I caratteri più piccoli in coda. Poi un fotogramma fisso. Un simbolo. Il buio.
Un telo buio. Immenso.
Le luci tornarono. Le luci fisse. Terree.
Lo schermo divenne bianco. Raggrinzito su un bordo. Teli di periferie.
Era seduto. Composto. Immobile.
Restò seduto. Composto. Immobile.
La folla di gente. La fila di gente. Qualcuno ancora. Una persona sola. La donna gli disse. E lo diceva il sorriso.
"Signore, anche Lei?! Signore, lo sa, come Lei, anch'io non vado mai via prima che l'ultimo nome sparisca". Poi gli guardò
il bianco degli occhi e s'indignò. Scosse il capo e se ne andò, delusa.
Sì alzò quando la sala fu completamente vuota. Seguì la scia di una colonia Chanel d'imitazione, quarta categoria. Una mano
indifferente lo accompagnò alla porta d’uscita. Era già usata, di seconda mano. La teneva in tasca e non la strinse a dirle
grazie. Precedendo la sua ombra uscì sull’altro lato dell’edificio, in una traversa cieca.
S’era alzato, quando ogni eco era sciolta e ogni fruscio svanito.
Si era alzato quando la luce aveva cancellato da alcuni minuti i titoli in coda ai titoli di coda. E la musica era finita, la
gente andata.
Seduto in fondo a quella strada laterale, qualcuno non si alzò finché non lo guardò passare.
Sul lungofiume le foglie erano state accuratamente accantonate lungo il bordo della balaustra in pietra grezza. L’uomo teneva
la testa bassa, il collo incassato nelle spalle e le spalle curve nel soprabito antracite. Tuttavia il vento gli sollevava ad
intervalli irregolari le tese del cappello che minacciava ogni volta di volare, lasciando scoperto il piccolo capo da
uccellino, sproporzionato all’ampiezza della schiena e alla corporatura possente in perfetto pendant con la statura molto
sopra la media.
Il naso deciso si schiantava violento dentro il centro di un primo piano, esattamente a metà della svolta netta che segnava
l’incrocio della via principale col sesto ramo laterale; un ponte modesto, decorato di sculture grossolane, che collegava
l’arteria affollata con la rive gauche e, di là, si affacciava a lanciare più di uno sguardo nell’intricata ragnatela della
periferia.
La donna procedeva al centro della via e teneva le braccia spalancate e il viso rivolto al cielo livido.
Solo nel momento in cui un gabbiano malandato si alzava pesantemente verso la quarta nuvola a sinistra, spigolosa e nera, si
coglieva dall’alto, a volo d’uccello e con un’occhiata vertiginosa e fugace la smorfia muta inchiodata tra le sopracciglia e
il mento della donna. Gli occhi spalancati e riversi, come a fuggire dall’odore disperato del fiato appesantito da un grido.
Inespresso.
Una panoramica su Munch. Poi si tagliò qualche pezzo tra lo sguardo e le ciglia.
Cercò di lenire l’angoscia nella memoria di un angelo immobile e sproporzionato appollaiato ai piedi di una madonna gigante.
Gli ori, gli stucchi, i rilievi.
La pace del decoro a profusione contro la minaccia del marmo sdrucciolevole e liscio, della linea spezzata e acuta, delle
tinte azzerate nei toni del grigio.
Pensò alle sale che aveva attraversato camminandovi al centro per poi ritornare ad esplorarle a ridosso delle pareti. Una per
una, ricalcando il perimetro col suo corpo minuto. Una punta di mina. Un’anima retrattile, delebile.
Lo sguardo in colori ad acqua. E labbra idrosolubili, scioltesi al primo bacio.
E’ seduto. Composto. Immobile.
Resta seduto. Composto. Immobile.
Il fruscio della gente. Il vocio della gente. Il rumore della gente.
Le luci calano, le luci si accendono, lentamente.
Sta seduto. Composto. Immobile.
I titoli scorrono. Ancora. Non visti. Ignorati. Non letti. Inutili.
I caratteri più piccoli in coda. Poi un fotogramma fisso. Un simbolo. Il buio.
Un telo buio. Di buio immenso.
che non ha nulla
da aggiungere ai titoli di coda.
posted by zaritmac | 15:14 | commenti (4)
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lunedì, aprile 27, 2009
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Preghiera di marzo
Quando vennero a tagliarmi le mani, e rotolarono a terra tutti gli abbracci, le carezze, l'arte e il lavoro, le cose tenute strette tra le dita e le inezie, i segni e i gesti, i tremiti, pensai che mi restavano ancora le parole.
Quando mi tagliarono la lingua, mi consolai contando nella testa i pensieri nascosti e quelli che non avevo ancora pensato alla sinistra di quelli che non avrei pensato mai.
Quando diedero il mio cervello in pasto ai cani, abbaiai alla luna di incidere un segno sul punto in cui ero nata, sulle strade in cui ero stata. E cantare di notte le nenie e di giorno gli inni d'amore e le canzoni senza strofa che non si dimenticano mai.
Ma la luna non c'era. E nemmeno la sera, o una buca per perdersi. (sabato 28 marzo 2009, 20.24.46)
posted by zaritmac | 22:57 | commenti (12)
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martedì, aprile 21, 2009
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Vuoto
Vuoti sconfinati; come i buchi stracolmi delle puttane, le scatole di latta riempite di bottoni spaiati, i vasi dei balconi invasi di gramigna.
Vuoto tracimante di vuoti strapieni di spazi appositi lasciati apposta per non riporci niente. Le pieghe ripiegate sulle pieghe delle tende con la polvere dentro, a traboccare come ragnatele dalle soffitte sgombre.
E vuoti, vuoti vuoti. Vuoti senza ossigeno coi respiri sedati, vuoti intasati di stringhe delle scarpe smesse nei ripostigli chiusi, inaccessibili. Vuoti. Vuoti inatsati di un vuoto che il vuoto riempie. Vuoto come il culo di quel baratro lì avanti che il vuoto di dentro mi grida di riempire dello schianto del mio corpo strapieno del troppo che, inesistente, mi colma.
posted by zaritmac | 10:35 | commenti (10)
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giovedì, aprile 16, 2009
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L'ebbrezza dell'età

Stringendo in mano un bicchiere mezzo pieno, il calvo sorrise al pensiero che mai avrebbe visto incanutire quell'uomo nello specchio che continuava a riproprgli un cin-cin, svuotando goccia a goccia il suo calice.
posted by zaritmac | 19:51 | commenti (8)
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mercoledì, aprile 15, 2009
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Fioriture
I silenzi nascono piano piano.
come peluria d'erba tenera
sul terreno che sorride rugiada.
ultimavera 2007
posted by zaritmac | 23:28 | commenti (2)
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