S’io fossi il mago di Natale
farei spuntare un albero di Natale
in ogni casa, in ogni appartamento
dalle piastrelle del pavimento,
ma non l’alberello finto,
di plastica, dipinto
che vendono adesso all’Upim:
un vero abete, un pino di montagna,
con un po’ di vento vero
impigliato tra i rami,
che mandi profumo di resina
in tutte le camere,
e sui rami i magici frutti: regali per tutti.
Poi con la mia bacchetta me ne andrei
a fare magie
per tutte le vie.
In via Nazionale
farei crescere un albero di Natale
carico di bambole
d’ogni qualità,
che chiudono gli occhi
e chiamano papà,
camminano da sole,
ballano il rock an’roll
e fanno le capriole.
Chi le vuole, le prende:
gratis, s’intende.
In piazza San Cosimato
faccio crescere l’albero
del cioccolato;
in via del Tritone
l’albero del panettone
in viale Buozzi
l’albero dei maritozzi,
e in largo di Santa Susanna
quello dei maritozzi con la panna.
Continuiamo la passeggiata?
La magia è appena cominciata:
dobbiamo scegliere il posto
all’albero dei trenini:
va bene piazza Mazzini?
Quello degli aeroplani
lo faccio in via dei Campani.
Ogni strada avrà un albero speciale
e il giorno di Natale
i bimbi faranno
il giro di Roma
a prendersi quel che vorranno.
Per ogni giocattolo
colto dal suo ramo
ne spunterà un altro
dello stesso modello
o anche più bello.
Per i grandi invece ci sarà
magari in via Condotti
l’albero delle scarpe e dei cappotti.
Tutto questo farei se fossi un mago.
Però non lo sono
che posso fare?
Non ho che auguri da regalare:
di auguri ne ho tanti,
scegliete quelli che volete,
prendeteli tutti quanti.
“Sarà un settembre nero, vedrai.” Lo disse con il capo un poco chino e la sigaretta immaginaria nell’angolo delle labbra, una piega di dolore come uno sfregio verticale lungo la guancia pallida.
Le ricordava quelle montagne scavate, ferite fino al ventre e bianche, più bianche, senza purezza, spolverate di morte.
“Parli di noi?”, pensò lei, poi si morse le labbra del pensiero e si vergognò arrossendo fin sotto le sottane dell’anima. Sperò che lui non l’avesse sentita pensare ancora una volta solo a lei, a loro, stupida. Mentre il mondo emanava un sottile lamento, come lo scricchiolio sul ponte di una nave in viaggio senza biglietto di ritorno.
“Chiuderanno molte fabbriche, vedrai. E continueranno a cantare, a partire, come se niente fosse, come se niente stesse accadendo, niente…Poi sarà tardi, sai. Poi sarà tardi, vedrai…”. Scuoteva la testa con un gesto disperato e così lento che lei dovette aggrapparsi alla sua spalla per non vacillare, nel mal di mare, nel soffio crescente di vuoto che le gonfiava il petto.
Sul cranio calvo dell’orizzonte piovevano a picco un paio di gabbiani e le si strinse il cuore mentre salpavano per un’isola senza nome ancorata tra l’indice e il pollice delle loro mani intrecciate.
Settembre
Un filo d’erba tra le labbra, come una sigaretta spenta. E’ l’ultimo ricordo che ha di lui, prima che le volti le spalle, a gambe larghe in equilibrio instabile sul tronco scavato apposta per prendere il mare e dal mare non tornare; dentro il mare, dentro il male perdersi, impennarsi e affondare. Lo sa, lui lo sa. E lei lo sa. Le volge le spalle fingendo di cercare con gli occhi sirene distanti, sirene che ingannino ancora. Ma lo sa, lui lo sa che le note son spente e non c’è spiaggia che attenda oltre l’orizzonte nella pece del cielo di un settembre nero. Non può resistere, e lei lo sa. Come un ragazzo ribelle che s’arrende, un sognatore scuoiato che ha gettato alla luna lo scalpo e se ne va prima che il mondo emetta l’ultimo lamento. E lei lo sa, e lo sapeva già, come una ragazza che arrossisce al ballo e si finge troppo all’avanguardia per credere ancora ad una fiaba.. Così, ora, sta seduta con i piedi contro le onde, le mani tra i sassi, e pensa sorridendo in lacrime che l’amore è un affare per ragazzi. Lo pensa con una tenerezza che fa male, mentre chiude l’ultima fabbrica.
Mentre chiude l’ultima fabbrica.
Mentre chiude l’ultima fabbrica e le donne portano in braccio i figli come fagotti da arrostire a cena sotto i raggi della luna piena. Sperando che un dio qualsiasi accolga, col fumo, la preghiera. E la bestemmia, e lo sputo della rosicata speranza, nocciolo secco, grumo di saliva, sterco di angelo seduto al margine del cielo caduto. Tra le ali si ripiega un biglietto scaduto per un paradiso in cassa integrazione col bordo slabbrato dove qualcuno l’ha staccato e sparso nel vento in un inverno mite, di palese inganno. Sotto il camice bianco escoriazioni da futuro.
E lei non guarda, mentre chiude l’ultima fabbrica, ma si passa sulla lingua la lima della canzone lieve imparata a maggio “raccogli, accogli e spogliati – imita i rami / segui la coda e annodala – imita i cani”.
Dov’è oggi, dov’è oggi il tuo coraggio? Dove il sibilo delle sirene che incatena al giogo e dichiara aperto o chiuso il gioco? Dove il mucchietto di sogni serbato nell’incavo dei seni, la carezza memore delle reni spezzate sotto il peso dei tramonti affaticati? Dove il sacchetto di semi suonato come maracas per farsi compagnia lungo i turni di notte più lunghi? Le fioriture premature e le nocche secche, i palmi prosciugati e le palme malate di un morbo che somiglia al viso deturpato della folla coi figli al collo e le tasche vuote?
Mentre chiude l’ultima fabbrica, lei siede sui sassi con le orecchie chiuse all’immagine abbagliante delle voci acide, dei pianti dirotti e delle proteste deragliate in urlo roco. I treni merci passati vuoti coi vagoni accesi a festa.
Le file di uomini con le braccia tagliate battono i piedi e l’eco delle loro donne porta il tempo perduto sull’orlo dei bracieri freddi. Chi ha mangiato speranze a pranzo vomita rabbia a cena, e la nausea s’arrende contro lo schermo delle schiene dei padroni in fuga, in lacrime. Non c’è più lotta, non c’è più guerra. Dio non c’è e non c’era prima. Nulla è cambiato se non il timbro del silenzio afono dei ferri che battono, delle catene stridenti che montano per ore come stalloni indifferenti.
E non c’è filo che s’azzardi a infilare la cruna per cucire a quest’alba una proposta di futuro.
Scalcia nel vento una sventagliata di grida, ma l’eco si perde nel buco profondo della gola muta di una sirena spenta dentro un settembre nero.
- Si fa tardi spaventosamente presto…
- Che frase buffa, papà!
Una volta scrivevo. Adesso appoggio il sigaro in bilico sul davanzale cercando di far sì che combaci con la linea dell’orizzonte. E, intento in questa occupazione accurata, mi rendo conto della curva che il cielo disegna sulla schiena del prato che adora spacciarsi per infinito. E odora di marcio, in fondo.
Conduciamo una vita strana, in bilico sulle palafitte delle idee. Un bieco trucco.
Ora mi diverto a copiare a matita ogni file che cancello. Il tempo sbiadirà, con materna premura e monotona cura, le curve delle vocali, gli spigoli delle consonanti, le oscenità incestuose dei dittonghi, le crepe delle virgole e i minuscoli tombini dei punti a capo. Dove cadono per sempre a capofitto i finali.
- Quando tornano, papà?
- …
- Le rondini, quando tornano? E ce l’hanno l’indirizzo, papà?
- Scritto sotto le ali, tra le stecche delle piume portano incisa la memoria dei voli.
- Parli buffo, pa’. Io con le stecche dei gelati una volta ho fatto un cestino. La maestra Nina dice: “Che bel cestino! Che bel bambino!”. E poi dentro la paglia gialla ci ho messo i cioccolatini. Però 5 me li sono mangiati prima, perciò dopo ci stava larga la carta. La carta, hai capito? Quella trasparente… Ehi! Mi senti? E mamma rideva tutta quanta quando ha visto il cestino: “Che bel cestino! Che bel bambino!”.
Tutta quanta? Con le spalle curve, le mani sulle labbra, i denti e le rughe, gli occhi e la fronte. Che fatica, a ben pensarci, una risata, se la ridi tutta quanta. Peggio ancora che la vita.
L’aspidistra sul fondo della scala coccola la sua polvere come cipria.
Il tempo è un’invenzione a scacchi per cavalli bianchi e neri. Destrieri di marmo, di plastica o legno, che lo prendono alle spalle con un fare obliquo, da delinquenti. Briganti squarciagola con i coltelli nelle ugole di chi canta; a caccia di una scorciatoia per allungare il passo. Allungare il passo ed ingannare il tempo. Allungare il tempo accorciando il tempo in un passo più lungo.
In questa foto in bianco e nero guardi di sbieco come in uno sberleffo, e hai le labbra grigie sul sorriso bianco. Tutto il sangue è scorso a rifugiarsi nel technicolor di un altro giorno. Una data a penna dove ho bruciato l’angolo, a bruciapelo un nastro nero tra i capelli in fiamme.
- Tu pensi che torna, papà?…
Non lo guardo. E mi rimprovero questi occhi vigliacchi che si perdono oltre il vetro, il vento e l’orizzonte.
La nebbia di un silenzio infinito mi ruba il fiato dal petto affranto. Le parole sono gli involucri di un senso che è caduto, s’è sparso e rotto. Tra i cocci mi taglio i pensieri in cerca di ragioni e la lingua inceppata nell’ingranaggio di un’estenuata bugia che mi pende da un angolo delle labbra, come uno sputo.
I gusci scricchiolano come noci offese, ma son divenuti informi queste catene di segni e di suoni. La nebbia tracima stracolma dell’ennesima omissione.
- Papà…, tu pensi che torna, papà?…
Tra questa finestra e le sue imposte di legno, tra le sue ciglia a sbarre che imprigionano a stento duemila domande, tra le stecche nelle ali delle rondini e le tue ossa ormai già bianche, tra le gabbie aperte dei minuti scappati e le palafitte delle idee rovinate come un fragile Shanghai sulle assi dissestate di un cuore tavolozza prosciugato, tra i binari immaginari di un sigaro spento contro la linea irriverente dell’orizzonte, tra tutte queste sbarre e me, nient’altro che fluire silenzioso d’un tempo che s’è fatto tardi spaventosamente presto. E lo strano rollio di un’inguarita solitudine.
Mentre allungo più volte le mani ad afferrarlo e l’attraverso, gli trapasso le braccia che reggono un cestino di stecche che un giorno potrebbe aver fatto, gli trafiggo la bocca sulla quale ho cucito in sua vece le mie domande, gli attraverso i capelli che sarebbero stati come quelli che tu avresti avuto se mai fossi esistita per farti ritrarre in nero e bianco dentro lo scorcio di una fotografia.
Uno stormo di minuti veloci gonfia sottovuoto una carta trasparente troppo larga intorno alle mie braccia che abbracciano un’idea mai stata carne e ricadono a sbattermi sullo sterno, col rumore di ali di rondini che tornano e si schiantano al nido, dove solo, anche questa notte, io canto.
Al 27esimo piano Richard sta completando il suo 19esimo romanzo.
Al primo Sonja riceve Mr. Count e gli presenta la fattura ancora prima di iniziare. Non si sa mai con gli uomini di terza età.
Veronica Breuter, nella suite del 47esimo, piange al telefono da sei ore e venti, ma di là, stroncato da un infarto, il suo ex compagno non le risponde nemmeno con un rantolo, e pure la teiera ormai non fischia più.
Nell’attesa dell’ascensore, Sammy Winter Blue si controlla la punta delle scarpe. Qualche goccia di pioggia ha lasciato un alone sulla pelle nera e lucida, e lui è molto contrariato. Tempo bastardo!
La scena del delitto è illuminata da due neon verdi e un’alogena che sfrigola ogni volta che cattura una mosca.
Phil sta fumando nelle scale e ha indossato l’aria truce. Ma sua moglie sta dando alla luce due gemelli e a lui non gliene fotte un cazzo di quello disteso col cranio fracassato di là.
Il 19esimo piano è tutto recintato da un nastro rosso e bianco. “Brutta storia, Sammy”. Frase d’ordinanza e grugnito di più.
Nel cortile Charlie discute col suo cane di sesso e ipocrisia; son due anni che l’ha castrato e ora lo tiene alla catena da che ha spostato il suo letto in cantina dopo aver comunicato alla moglie d’aver fatto voto di castità.
Peggy-Sue saltella a gambe aperte e scavalca la pozzanghera. Una, due, tre volte, oplà! E Billy le guarda sotto la gonna per vedere come ce l’ha.
Lady Jane s’accarezza le palle, piume di struzzo, lustrini e lamé. Dal congelatore la mamma lo guarda. Negli occhi spalancati un’accusa appesa a un punto di domanda uncinata tra una lacrima ghiacciata e una collana di impronte stretta al collo color melanzana.
Al settimo piano Mr. Coleman rifà la valigia disfatta, nel doppiofondo una rara collezione di cialde di caffè.
Sul balcone del 5° Freddy coltiva rimpianti. Ne ha una serra di vetro e di sabbia. E di notte ne riempie la stanza. Si riveste, si spoglia, s’abbraccia, tira coca, saltella, poi danza. Tira fuori i pennelli e si segna, e una croce di vernice gli cola tra le sopracciglia e la pancia.
Dentro il vento annoiato della sera, Christine resta appesa a un’antenna e la notte si traveste da bandiera.
Giù in strada i passanti si confondono, si danno il cambio, girano in tondo. Una morte, la malasorte, la guerra, un'epidemia, una rivolta, la rivoluzione, una carestia. Una ressa, una rissa, un attentato, una retata, uno sciopero, un blitz.
Gatto Joe scava nella differenziata; la sua amante, nella campana del vetro, prima si specchia poi si taglia una vena.
Dall’ammezzato Nonna Vania sorride, sghignazza, getta dal davanzale l’ultimo libro, uno schermo, il giornale. Centro esatto nel cuore del bidone che vomita distratto, tra il cartone, il cartoncino e la carta, il politico di turno, l’attore di grido, la starlet di strada, il presidente smascherato, il capofila mascherato, il tifoso schierato, il giocatore sfigato, la velina figata, lo studente promosso, il monarca promesso, il re vergine, la regina puttana, il ciambellano, il buffone, il guitto, il messo e la schiera orante intorno al culo del gigante tagliato a fette e servito col the.
E una radio ripete, al terzo piano, “Tutti fuori dal palazzo! Tutti fuori dal palazzo!”, ma nessuno la sente; mentre Minnie sbadiglia, tira giù la tapparella e s’addormenta senza voglia tra le zampe senza voglie del decrepito Mister Mouse.
C'è questo vento che soffia sotto le porte e al mattino, al risveglio. Non sai cos'è ma c'è un disagio, un presagio, un senso lieve come di lutto. E quando ti svegli del tutto capisci che potrebbe essere il futuro.
Quanto poco impiega a nascere, la nostalgia. Un attimo, e già scorre come una goccia in bilico su un petalo di rosa, vaporizzando nel cielo il click metallico di un ricordo così vivo che oggi era domani quando non era ancora ieri, ieri.
Non torneranno più.
Non vengono mai due volte.
Si danno il cambio in un carosello senza fine. Di sera in sera, di sera in sera, di sera in sera… Una lanterna magica, sì, che cambia vestito ogni sera, sì. Di sera in sera, di sera in sera, di sera in sera… La stessa luce fioca dietro i velari cangianti delle pupille puntate come canne lucenti, esattamente a qualche centimetro sotto di me. Scivolano, si reggono, si aggrappano; sul sudore che incolla le labbra delle rughe sulla fronte in un deserto di fard.
Si mettono in fila e poi in serie, serrati, diversi e variegati, equidistanti e disordinati. Si dispongono a fotogrammi slegati di una pellicola che scorre senza repliche. Cerco di ricordarli ad uno ad uno negli inserti di luci più accese, rubargli un tratto, un pelo, un neo. Poi il buio se li inghiotte ed il faro mi acceca. Di nuovo. Mentre mi muovo impercettibilmente per sporgermi verso di loro e impararli a memoria per amarli ancora.
Bianchi, rosati, pallidi, paonazzi, seri, accigliati, divertiti, ironici, annoiati, vivaci, smorti.
Il primo della fila è un orecchio, quello accanto l’occhio sinistro e al centro un naso, un’ombra di fronte un poco defilata, in alto un angolo socchiuso di bocca, i capelli di lato, qualche unghia a bordo scena. Pezzi, pezzi, pezzi, un pezzo dopo l’altro che formano un volto oblungo, un po’ osceno, un po’ alieno, un viso solo in mille frammenti reiterati in una sequenza casuale, mutevole ogni sera, e poi di sera in sera, di sera in sera, di sera in sera. Un quadro d’arte mutevole, astratta anatomia incurante di strutture ed ossa.
Non ha mai un viso uguale quel foro nero che incornicia il suono. Palmi che battono, sbadigli, sorrisi che schioccano nervosi, fragore di risate a singhiozzo, voci minime, voci, roche, voci opache, voci sommesse, voci silenziose educatamente accoccolate nell’ansa dei respiri regolari.
Non torneranno più.
Non vengono mai due volte.
La platea scorre come un lenzuolo gettato lentamente da un balcone in fuga. E tutto va via, si scioglie, dissolve, due strisce sovrapposte si scivolano sopra nella frizione lenta del passare di un’ora sull’altra.
L’eternità si consuma col cerino sfregato dalle schiene contro le poltrone. Si spengono. Come candele. Poi vanno via in file disordinate.
Non torneranno più.
Non vengono mai due volte.
Io li ho osservo con timidezza, un po’ inclinato su un lato per accucciarmi meglio nel cono che l’ombra potrebbe disegnare se solo si spegnesse quel faro giallo e salisse il frastuono dal buco dell’orchestra.
Quante volte ho sognato di vedere Marc cadere in quella gola aperta, sorpreso dal vuoto, sospeso nella coda dell’eco tirata dal suo grido, e io volteggiare e adagiarmi di sbieco sul bordo. Silenzioso, inosservato, solo. Trionfante. Vittorioso. …
Li guardo con un dolore struggente che mi increspa un poco, a volte sembra che mi si appicchi il fuoco dal centro verso il bordo. O al contrario, o di sbieco. E allora Marc scuote il capo come infastidito da un’ape, poi si fa serio, s’acciglia e all’improvviso ride. Ride, ride, ride forte e mi scuote. Ondeggio, barcollo, mi tengo e resisto, se posso mi nascondo dietro la virgola di un orecchio.
Poi mi giro di un poco e li guardo.
Non torneranno più.
Non vengono mai due volte.
Non sapranno quando diverrò logoro. Non sapranno quanto diverrò logoro. Non vedranno l’ombra lucida sul bordo, le macchie che la luce scava tra la polvere invisibile di cui lentamente mi nutro.
Nella pausa che prepara lo scroscio, lenzuolo di nube teso a rovesciare l’acqua torrenziale di un ennesimo consenso, cerco di fissare ogni sguardo, ogni postura del corpo sul velluto, ogni cenno del capo, ogni curva tra i denti e il labbro, ogni fiato esalato sul vetro dell’aria ammorbata dal chiuso, ogni respiro sospeso a metà strada tra lo sdegno e il riso, ogni coltello affilato nell’unghia mezza tesa ad additare la scena, a giudicare.
In quell’onda trasversale tutti li risucchio in una sola carrellata ininterrotta, li succhio e risucchio e succhio ancora, fino a sentirne l’osso della nuca schioccarmi sotto il palato dello sguardo ansioso, già nostalgico.
Come se avessi occhi ed anima, come se potessi prenderli tra i denti come un cane, e portarli in salvo ad uno ad uno; come se potessi replicarli incollati ai loro posti e rassicurarmi nel caldo del loro persistere, conoscermi, tornare. Imparare a vedermi, ascoltarmi stridere lieve nell’istante breve che precede l’inchino e io cado, cado, cado.
E nell’ultima fila inventare un nano bambino di cent’anni e un’ora che mi additi e mi scopra, mi sorrida e si sbracci, mi saluti e mi incoraggi e applauda, nel tonfo con capriola finale, il cappello di Marc.